Kepler-452: la rivoluzione del teatro è facile se sai come farla

Intervista alla compagnia che sta portando linfa nuova e giovane al teatro bolognese

IN BREVE Chi: compagnia teatrale Kepler-452  Cosa: “La coscienza del vostro amore” e altri progetti  Dove: Teatro Laura Betti, piazza del Popolo, 1 – Casalecchio di Reno (BO)  Quando: 31 gennaio 2018  Costo: € 10,00  Info: www.teatrocasalecchio.it

Abbiamo intervistato per voi la compagnia Kepler-452 che in questi mesi ha portato molta linfa al patrimonio teatrale bolognese con esperimenti coraggiosi nelle scuole, laboratori urbani alla scoperta delle zone meno note di Bologna, rivisitazione delle chiacchierate antropologiche di Pasolini nei luoghi più di frontiera della nostra città. In occasione dello spettacolo in scena al Teatro Laura Betti di Casalecchio, abbiamo fatto due chiacchiere con i ragazzi partendo proprio dall’alchimia che sono riusciti a creare con il pubblico giovanile. Ecco che cosa ci hanno raccontato di questi bellissimi mesi.

Colpisce molto la vostra capacità di parlare con un pubblico giovane sempre più frammentato e difficile da raggiungere? Qual è il segreto?

Più che un segreto è una constatazione piuttosto banale, ovvero cerchiamo soltanto di usare lo stesso linguaggio che usiamo quando parliamo con i nostri amici al bar. A partire dalla comunicazione di Festival2030, per esempio: non siamo dei social media manager però l’unica nostra strategia è parlare il linguaggio che appartiene alla nostra generazione, usando anche formule che di solito non trovi nella comunicazione istituzionale come “vez”, “balotta”o “birrette”… Questo sicuramente crea un gancio molto forte e abbatte le prime barriere per chi percepisce il teatro come un luogo distante e polveroso. In parte ci portiamo dietro questo linguaggio anche sulla scena, quello che ci ripetiamo spesso quando lavoriamo a uno spettacolo è “come racconterei questa storia se fossi al bar con gli amici e dovessi raccontarla per loro?”. Da questo principio nascono molte nostre scelte drammaturgiche.
Inoltre a partire dal nostro primo spettacolo “La rivoluzione è facile se sai come farla”, con cui è iniziata la nostra collaborazione con la band Lo Stato Sociale, abbiamo lavorato su un travaso di pubblico dal mondo dell’indie rock, operando quella che ci piace definire come una piccola truffa teatrale ai danni dello spettatore: abbiamo girato l’Italia nei club musicali con questo spettacolo e molti di quelli che si presentavano alla cassa erano convinti di assistere a un concerto e invece si ritrovavano davanti tre attori che raccontavano una storia…

Mercoledì 31 gennaio al Teatro Laura Betti di Casalecchio andate in scena con La coscienza del vostro amore. A leggere le note di regia sembra un altro grande progetto. Vi va di raccontarcelo?

A maggio dell’anno scorso abbiamo abbiamo sentito l’urgenza di affrontare il tema dell’amore e dell’affettività. Per farlo siamo partiti dal documentario “Comizi d’Amore” in cui Pasolini intervista gli Italiani degli anni 60′ rivolgendo loro domande sulla coppia, la famiglia, il sesso, la normalità… Cinquant’anni dopo, insieme ad altri registi e attori che abbiamo invitato a collaborare con noi in questo progetto, abbiamo voluto riproporre le stesse domande e altre nuove, “aggiornate”, a tre comunità del territorio Bolognese: l’ospedale S. Orsola, gli studenti di Piazza Verdi, e il Residence Galaxy. Queste tre diverse indagini hanno portato a tre diversi spettacoli andati in scena all’Oratorio di San Filippo Neri, e uno di questi era “La Coscienza del Vostro Amore”, con la regia di Nicola Borghesi.
In questo spettacolo Nicola insieme a due attori (Guillermo Mariscal e Giulia Maulucci) ha intervistato gli abitanti del Residence Galaxy, uno stabile di Via Zanardi dove il Comune di Bologna aveva assegnato degli alloggi temporanei a circa ottanta famiglie che si trovavano in emergenza abitativa. In scena, oltre a Nicola, Guillermo e Giulia sono presenti dieci ex abitanti del Galaxy (che intanto è stato chiuso) di diverse nazionalità che raccontano insieme agli attori i loro personali punti di vista sull’amore. Come in un vero “comizio” pubblico i punti di vista si alternano e si contraddicono, spesso faticano a stare insieme l’uno con l’altro, ma la presenza in scena dei loro corpi e delle loro storie testimonia che anche nella complessità dei punti di vista è possibile trovare un processo e una elaborazione comune. Martedì sarà di nuovo in scena al Teatro Laura Betti di Casalecchio all’interno della rassegna di Teatri Arcobaleno. Parlare di amore è complesso, noi cerchiamo sempre di sfuggire a un unico punto di vista ma di spostarci dal nostro per confrontarci con l’alterità, anche quando è difficile da accettare o da comprendere, ma siamo convinti che il teatro sia per sua natura il luogo del conflitto, dove più che altrove è sano viverlo e esperirlo.
Da questa esperienza è nato il format “Comizi d’Amore”, con cui stiamo esportando questa indagine in altre comunità, coinvolgendo in scena altri testimoni su questo tema.

Pasolini per voi è un punto di riferimento costante. Avete fatto qualche mese fa uno spettacolo teatrale con le scuole molto particolare. Perché ancora Pasolini?

Abbiamo portato la nostra indagine “Comizi d’Amore” all’Istituto Keynes di Castel Maggiore, grazie all’invito di Elena Di Gioia, curatrice della stagione teatrale Agorà dell’unione Reno Galliera. Affrontare all’interno di una scuola le tematiche che Pasolini indagò cinquant’anni fa non è stato facile, abbiamo percepito da subito una certa resistenza, non tanto da parte dei ragazzi quanto piuttosto degli adulti e questo ci ha molto sorpreso: è possibile che il nome di Pasolini faccia ancora paura? Forse proprio per questo ci sembra importante continuare a metterci in relazione con le sue domande, anche quelle provocatorie, con la complessità del suo pensiero e con la sua voce sottile e tagliente.

Tra non molto porterete invece all’Arena del Sole un progetto di rilettura di Cechov. Un altro grande mostro sacro delle scene. Cosa nasconde questo progetto?

Uno dei principali filoni di indagine della nostra compagnia è il coinvolgimento sulla scena di “non professionisti”, ci interessano le biografie, le storie reali di persone appartenenti all’esistente, e ci piace pensare di poterne “magnificare” le identità portandoli con noi in scena. Due anni fa abbiamo deciso di prendere le mosse dal Giardino dei Ciliegi di Cechov, analizzando il centro tematico dell’opera: la memoria di luoghi dell’anima che per una trasformazione dell’assetto socio-economico cessano di esistere, come appunto il giardino dei due protagonisti Ljuba e Gaiev, che finisce all’asta per debiti. Ci siamo guardati attorno e abbiamo cercato di individuare a Bologna dei possibili “Giardini dei Ciliegi” contemporanei per raccontarli: alla fine abbiamo incontrato Giuliano e Annalisa Bianchi, due reali personaggi dai tratti assolutamente Cechoviani. Ci hanno raccontato la loro storia che fin da subito ha stimolato in noi molteplici connessioni con l’opera di Cechov.
In scena raccontiamo su un doppio binario la storia del Giardino dei Ciliegi di Cechov e la vicenda di Giuliano e Annalisa, mettendole analogicamente in relazione per vedere se insieme non possano creare un dialogo che metta in luce tratti inaspettati dell’una e dell’altra vicenda. La Russia di fine ottocento a confronto con Bologna nell’era degli sgomberi e di Fico; forse tutto questo ci serve per riflettere sul nostro rapporto con i luoghi della città, sul presente e sull’idea di comunità che vogliamo immaginare per il futuro.

Il teatro in città sembra vivere un buon momento. Dalla vostra angolazione come giudicate la situazione a Bologna?

Ci siamo stanziati relativamente da poco a Bologna, tutti quanti proveniamo da esperienze in altri territori, io (Enrico) ero a Milano, Paola in Friuli e Nicola lavorava principalmente in Puglia. Altrove c’è una forte saturazione del circuito. In questi ultimi anni qui invece, a partire dall’esperienza di Festival2030, abbiamo incontrato diversi operatori locali e fino ad ora non possiamo che sentirci privilegiati a muoverci in questa Regione. Quello che ci pare sia un tratto distintivo e virtuoso delle realtà cittadine è l’attenzione al rapporto con il territorio, ne sono un esempio esperienze come l’ITC di San Lazzaro, Gender Bender, gli esperimenti di teatro partecipato del nuovo direttore di ERT Claudio Longhi, le attività di educazione allo sguardo nelle scuole di Altre Velocità… La nostra idea è che occorra un lavoro continuo di bassa manovalanza per andare a “caccia” dello spettatore, uno ad uno, cercando di intercettare tutti quei segmenti di popolazione a cui sembra impossibile rivolgersi. E’ da loro che si deve partire. Per questo i trekking teatrali in periferia, il coinvolgimento di non professionisti che andiamo a stanare dove la cultura sembra un discorso totalmente fuori luogo, e invece…

Cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi lavori?

Il 19 aprile io e Nicola cureremo una delle tre serate sul movimento del 68′ organizzate all’Oratorio San Filippo Neri da Mismaonda e Fondazione del Monte. Ci hanno chiesto di riflettere sull’eredità del 68 a cinquant’anni di distanza, qual è il rapporto dei giovani oggi con l’utopia. Per ora abbiamo trovato solo un titolo, è uno slogan del maggio francese, che mi piace molto: “Sotto i sampietrini c’è la spiaggia“. Tra marzo e aprile saremo anche impegnati nella lettura a puntate del romanzo russo “Memorie di un giovane medico” di Bulgakov che si terranno tra il Mambo e l’Arena del Sole.

30 gennaio 2018