Al Biografilm Tass, la storia di Stefano Tassinari raccontata da Stefano Massari

La recensione del film che racconta le mille facce dell’intellettuale ferrarese

 

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IN BREVE Cosa: Recensione di Tass, la storia di Stefano Tassinari (Stefano Massari, 2014) Dove: al Cinema Arlecchino, via Lame 57, Bologna mercoledì 11 giugno 2014. Proiettato nell'ambito del Biografilm, sezione Italia Emilia - Romagna Info: http://www.biografilm.it/

 

di Sergio Rotino

 

Il desiderio di Stefano Massari, regista del molto atteso Tass, documentario sulla figura di Stefano Tassinari (presentato ieri in anteprima sugli schermi di Biografilm 2014), era di “non fare un santino”. Impresa diremmo riuscita, anche se è impossibile non incappare almeno di striscio nella problematica della “santinizzazione” quando si parla di personaggi non riducibili a una formula né incasellabili dentro un formato che li circoscriva. Tassinari era fra questi. Era poliedrico, quindi difficile da raccontare come assunto di base. Era, come si afferma in una delle cinquanta testimonianza sparse lungo il film, un intellettuale. Ma anche un uomo curioso, uno che le cose le andava a stanare per meglio comprenderle.

«Ci vogliono tante parole per descriverlo» dice Maura Pozzati, consigliere di Amministrazione della Fondazione del Monte, che ha sostenuto il progetto. Infatti Tassinari è stato narratore, giornalista, poeta, critico letterario, musicista, autore teatrale, operatore culturale, militante politico. Spesso più cose contemporaneamente. Per questo, a chi volesse capire il perché di una durata monstrum di Tass, che sfiora i 130 minuti, bisognerebbe raccontare per intero la vita di un uomo, che ha voluto sempre lavorare con e per la Politica e la Cultura, per la loro divulgazione non becera né edulcorata, insomma per qualcosa che portasse con sé un ragionamento e un'idea. E lo ha fatto sempre con la stessa ferma determinazione, cosa che in altri Paesi gli avrebbe valso ben altro riguardo.

Massari ne tiene conto, facendo anche giustamente fatica a star dietro alle mille facce dell'uomo che vuole raccontare («Forse avrei dovuto aspettare ancora un po’ a fare questo film, perché ci sono ancora dentro»). L'inanellare cronologicamente date e avvenimenti appare allora come la scelta migliore, forse l'unica possibile. Di certo quella che, pur con alcune rigidità negli snodi, fa capire perfettamente le motivazioni politico-culturali che hanno animato lungo tutta la sua esistenza questo intellettuale ferrarese, classe 1955, che aveva scelto Bologna come sua città di elezione. «Sono andato a cercare lo spirito dei tempi in cui è vissuto», afferma laconicamente il regista.

Quasi insensibilmente, però, il documentario tende a dividersi in due tronconi. «La prima parte ricostruisce un po' la sua formazione» dice Massari, «mentre la seconda cerca di dar conto degli ultimi dodici anni. Anni in cui accade di tutto, anni in cui Stefano fa tantissime cose, contemporaneamente». Se l'inizio di Tass è più disteso, forse anche più esaustivo, nella seconda parte appare più convulso, rapsodico, nel tentativo di dar conto di molto se non di tutto l'operato di Tassinari prima della sua scomparsa.

Ma non c'è vera lontananza fra le due parti. A tenerle insieme ci pensa una robusta lingua di terra, che possiamo identificare nella “costante lotta a favore della libertà” portata avanti da quest'uomo capace di fare rete, di collegare persone e luoghi affinché si creassero momenti di aggregazione, si sviluppasse un pensiero e una azione collettiva. E qui è da sottolineare come la dicotomia uomo-intellettuale in Tassinari non esistesse, ma avesse trovato una felice risoluzione, quasi d'altri tempi. Sono due aspetti che vengono rimarcati praticamente in ognuna delle interviste visibili nel film. «Ma non facevo interviste» precisa Massari, «erano conversazioni». A volte anche molto lunghe. «Alla fine sono 96, non tutte sono entrate nel film, anche se avrei voluto».

Oltre che sulle conversazioni con amici e sodali Tass si regge su materiali d'archivio, riguardanti soprattutto gli anni Settanta. Pescati in Rete, sono stati “attraversati” dal regista, reinterpretati cioè in un continuo gioco di sgranature, di sfocature, di polarizzazioni. «Ho lavorato sui materiali di quel periodo» confessa Massari, «anche perché non ve ne sono molti che vedano la presenza di Stefano». Strano a dirsi, ma non tanto. Tassinari amava la carta stampata, il fare, l'organizzare, il creare riviste e libri. Il ragionare sulla propria immagine come veicolo testimoniale, lui che aveva fatto televisione per tanti anni, non sembrava appartenergli. Ma l'uso della voce, quello sì. Fa quindi uno strano effetto sentirla emergere dalle immagini solo dopo i primi quarantacinque minuti di proiezione.

 

12 giugno 2014
 

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