Intervista a Maurizio Patella

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Uno degli attori “di casa” ai Teatri di Vita si racconta

 

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Chi: Maurizio Patella
Che cosa: intervista all’attore

di Cristian Tracà

 

Ormai un volto ‘storico’ di Teatri di Vita, in questo momento in scena con L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi all’interno del palinsesto di Cuore di Palestina, il festival dedicato alle culture di frontiera, di cui vi abbiamo raccontato le iniziative. Siamo andati a trovarlo mentre si preparava allo spettacolo nel bellissimo open space del Teatro di Via Emilia Ponente…

Uno degli attori “di casa” ai Teatri di Vita si racconta

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IN BREVE  Chi: Maurizio Patella  Che cosa: intervista all’attore

 

di Cristian Tracà

 

Ormai un volto ‘storico’ di Teatri di Vita, in questo momento in scena con L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi all’interno del palinsesto di Cuore di Palestina, il festival dedicato alle culture di frontiera, di cui vi abbiamo raccontato le iniziative. Siamo andati a trovarlo mentre si preparava allo spettacolo nel bellissimo open space del Teatro di Via Emilia Ponente, con il sottofondo quasi montaliano delle cicale dai calvi picchi proveniente dal Parco dei Pini. Il percorso dell’intervista cerca di esplorare il perimetro dell’arte entro cui si è mossa la carriera di Maurizio Patella, tra scrittura e palcoscenico,nella sua ormai lunga militanza nella scena bolognese. Tra tutti i suoi spettacoli per la regia di Andrea Adriatico vale la pena ricordare: Orgia, Biglietti da camere separate, QuaiOuest.

Sei ormai un ‘volto’ di Teatri di Vita. Come nasce la tua collaborazione con Andrea Adriatico?

E’ nata con un provino. Era aprile del 2004, Orgia di Pasolini. Non è che feci un grandissimo provino, onestamente, allora. Anche perché i provini sono delle robe micidiali, è un terno al lotto, Riescono spesso meglio quelli che sono più deboli. Fu in realtà una lunghissima conversazione, su aspetti anche importanti: su che cosa uno desiderasse da quello che faceva. Un po’ anche con quella leggerezza che si ha quando si conversa con qualcuno che poi, molto probabilmente, non vedrai mai più. In quel caso lì non sentivo il peso dell’essere giudicato. Poi ne feci un altro, un secondo, e fui scelto per fare Orgia (una scena, nella foto).

Credo che tra tutte le tue interpretazioni Orgia sia proprio quella più dura…

Quando lo feci per la prima volta avevo 29 anni, mi ero diplomato da poco all’Accademia ”Paolo Grassi” a Milano. Allora sentii una pressione fortissima, nel senso che non capivo quasi nemmeno quello che dicevo. Non sapevo come dirlo né tantomeno lo capivo. Così mi affidai all’unica cosa che un po’ comprendevo: la fisicità e l’intenzione. Nella ripresa dell’anno scorso invece mi sono reso conto che il tempo passa e che uno acquisisce qualche strumento in più, anche di comprensione. E’ stato più bello.

Sicuramente una grande prova per te …

E’ la cosa più bella che mi è capitato di fare. Molto spesso bello e difficile vanno di pari passo. Erano anche le tematiche che più mi toccavano, un po’ come se si scoperchiassero una serie di interrogativi anche personali. Chi inizia a fare teatro spesso lo fa per motivi ‘psichiatrici’, anziché fare terapia. Ci sono quelli che poi hanno il vero istinto, che adorano stare al centro dell’attenzione, comunicare. Io avevo qualche cosa al mio interno da sistemare.

Per te il teatro è quindi soprattutto un lavoro interiore?

In questo spettacolo ci si chiedeva un po’ cosa fosse l’identità e come si formasse. Fu una bella occasione per capirmi. Non è che poi alla fine ho fatto delle scoperte che mi entusiasmarono. Anzi. Molto spesso vai a trovare lo sporco che c’è in fondo alla credenza. In quello spettacolo si va nella dinamica più bestiale dell’uomo: la sottomissione dell’altro, guardare gli altri con una certa prospettiva. Tutte cose che scardinano le regole della nostra società.

Essendo Orgia uno spettacolo molto audace a livello di linguaggi ti è capitato di percepire qualche reazione inorridita del pubblico?

E’ successo di tutto. Abbiamo girato tutta Italia, siamo andati anche all’estero. Tantissime repliche. C’erano quelli che non guardavano ma non se ne andavano, nonostante ci fosse un intervallo. C’erano quelli che scappavano. Mi ricordo di uno che è andato alla porta gridando: Aprite!! Aprite!. Urlava come un ossesso. C’era chi chiedeva all’aiuto regia se avremmo interagito col pubblico. Parecchia gente che cercava di fregarsi le mutande dalla scena. C’erano questi tipi di reazione. C’è sempre un pubblico variegato, c’è quello che è con te e c’è quello che è contro di te. Se tu sei un leader dato che fai lo spettacolo, c’è anche un anti-leader. Una sorta di composizione della società. C’erano quelli che remavano contro, che allungavano le gambe mentre passavo ai bordi della scena. Le prime volte mi intimidiva questa situazione. Poi invece devi reagire, altrimenti non vieni fuori.

Come sei riuscito a superare questi ostacoli?

Ho cominciato a pensare che ero io quello che contava. E’ strano, cominci a ragionare di cose di cui poi nella vita normale magari non ti frega niente.

Mi sorprende molto questo racconto perché credevo che lo spettatore di Teatri di Vita avesse una certa consapevolezza di una certa scommessa su un teatro meno tradizionale…

Nel caso di Orgia c’era un manifesto con le mani di Pasolini e l’occhio. Questo manifesto più la scritta Orgia… La composizione del pubblico era varia: l’addetto ai lavori, la gente che conosce Pasolini, ma anche quello che avendo visto il titolo si aspetta la pruderie. Era una situazione molto strana.

Koltes, Copi, Pasolini, Tondelli: tutti autori periferici rispetto al canone del teatro di prosa. Come hai vissuto questi testi?

Se tu guardi i cartelloni dei teatri c’è sempre Shakespeare, Cechov, Pirandello. Un teatro che parlava ad un’altra società. Poi alcuni di questi testi hanno raggiunto un livello di bellezza tale da diventare universali. Gli autori che abbiamo portato in scena sono contemporanei, è gente che annusava la nostra società. C’è una tale velocità di trasformazione dei costumi adesso che i testi immortali non possono riuscire a raggiungere. E’ come una rincorsa impossibile. Quei testi parlavano ad una società sempre in evoluzione ma con tempi molto più dilatati. E’ come quando leggi un libro: ti piace se parla di te.

C’è qualche autore di cui ti piacerebbe rappresentare qualcosa?

Il mio autore preferito, in assoluto, è Koltes. Come sogno nel cassetto avevo La notte poco prima della foresta, anche se adesso purtroppo è diventato un testo abbastanza inflazionato. L’hanno fatto un po’ tutti, anche grandi nomi come Scarpati e Santamaria. Da ragazzo era il mio sogno: conosco le tettoie, la pioggia che cade. Prima di fare questa vita qui ho avuto una serie di amicizie particolari. I balordi li conosco.

A proposito proprio di Koltes e di Quai Ouest che avete realizzato sul fiume in condizioni meteorologiche molto dure. Quanto è stato difficile?

E’ stato tremendo. Abbiamo avuto un tempo inclemente. Non sai quante volte abbiamo dovuto tirare su i muri che crollavano. Un freddo incredibile, siamo stati sfortunati. E’ diventato uno spettacolo per il quale la cosa più importante è stata la sopravvivenza. Entrare in scena pensando principalmente a non ammalarti, è un ‘bel’ pensiero.

Anche il pubblico respirava questa incertezza, questa sospensione aperta ad ogni imprevisto…

C’era anche il problema della voce, momenti in cui non sentivi l’altro a causa del vento. Bisognava capire il ritorno, come rimbalzassero i suoni. Ogni sera cambiava. Era tutto imprevedibile. E’ stato bello lavorare con persone di età e formazione diverse. Siamo andati d’amore e d’accordo, e non è semplice. Gli attori di solito sono tremendi. E’ una piccola parrocchietta, mi sono capitate altre situazioni in cui si comincia a farsi la guerra e non la finisci più.

E’ stata comunque un’esperienza estetica formidabile. Non pensi che questa del teatro immerso nel paesaggio possa essere una nuova frontiera con tantissime potenzialità?

Ho trovato geniale l’utilizzo del buio, che poi era una scelta molto poco a favore del pubblico. Andrea Adriatico ha questa caratteristica costante: fa selezione. Lo trovo il massimo dell’onestà, questo. Non vuol dire metterti in difficoltà come pubblico, significa rispettare un’idea autorale. Al di là della location molto suggestiva e stimolante, il fatto che ci fosse questo lunghissimo buio l’ho trovato molto interessante.

Ho letto uno dei tuoi racconti, Craniata terribile, e ho avuto l’impressione che ci fosse una critica alla generazione dei padri, un attacco al padre idealista che da vecchio aveva abbandonato tutto…

Nel racconto c’è in effettiquesto padre comunista. Vengo però da una famiglia di democristiani. Per assurdo non sai perché alcune cose ti vengan fuori quando le scrivi. Ho un po’ il rimpianto di non aver avuto genitori ‘supercomunisti’. Condivido la critica alla generazione precedente alla mia, quella che ormai aleggia molto nell’aria.

Maurizio Patella ha mai dato qualche craniata terribile nella vita?

Una valanga. Sospetto di chi non dà le craniate, nel senso che è grazie alle craniate terribili che qualche cosa ti si muove nella testa. Ho sempre avuto una tendenza a cercare i muri. Lo sport (il salto in lungo), il militare, il teatro…mi sono ficcato sempre in situazioni strane. C’è una bellissima battuta nel Roberto Zucco di Koltes. Ad un certo punto gli chiedono: Ma come fai tu ad evadere sempre? Lui risponde: Io non vedo proprio le sbarre, i muri non ci sono. Senza voler fare il Jim Morrison della situazione dico che è meglio vivere andando a fracassarsi in un muro. La mia indole era quella di andarmi a schiantare. Volevo rispettare quello che sentivo.

Dato che sei anche uno scrittore, ti piacerebbe anche fare regia?

Il regista, no. Mi piace più scrivere. Ho scritto diversi racconti. Mi piacerebbe scrivere narrativa. Ho finito di scrivere da un po’ di tempo e sto iniziando a mettere in scena un primo monologo su una storia vera che è capitata ad un tizio di Genova, rapito dagli alieni dieci o undici volte, negli anni Settanta. E’ molto famosa in città. È una storia molto improbabile, un personaggio improbabile con degli alieni che sembrano dei dementi, un’avventura che mi diverte molto. Mi piacciono queste storie e mi piace anche il teatro di animazione, i pupazzi e le marionette.

23 luglio 2013