The Wolf of Wall Street: poca paura e molto delirio nel mondo della finanza

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Il nuovo film di Scorsese è un vortice di eccessi che rifiuta il racconto e la morale, alla ricerca del cinema puro.

 

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Cosa: The Wolf of Wall Street, la recensione
Regia: Martin Scorsese
Attori: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey
Dove: in molte sale e fino al 5 febbraio in lingua originale e sottotitoli al Cinema Lumière, via Azzo Gardino 65, Bologna

di Giuseppe Marino

 

Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. DiCaprio risponde a Ray Liotta a ventitré anni di distanza, replicando: ho sempre voluto essere ricco.

Il nuovo film di Scorsese è un vortice di eccessi che rifiuta il racconto e la morale, alla ricerca del cinema puro

 

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IN BREVE Cosa: The Wolf of Wall Street, la recensione Regia: Martin Scorsese Attori: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey Dove: in molte sale e fino al 5 febbraio in lingua originale e sottotitoli al Cinema Lumière, via Azzo Gardino 65, Bologna

 

di Giuseppe Marino

 

Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. DiCaprio risponde a Ray Liotta a ventitré anni di distanza, replicando: ho sempre voluto essere ricco. I due capolavori di Scorsese si richiamano in molti modi, eppure molto è cambiato in questi decenni, e se il regista faceva cinema già enorme e barocco adesso è stordente, debordante. Nelle scene di The Wolf of Wall Street che corrono e si rincorrono, vanitose, non c’è più spazio per nessun tipo di dubbio, tensione o per il romanticismo che davano all’epopea dei Goodfellas una dimensione ancora umana, una possibilità di affezione.

The Wolf of Wall Street è davvero una delle cose più sincere che oggi possano accadere al cinema. Jordan Belfort è un broker istintivamente tossicomane, puttaniere, fortemente dipendente dal denaro, dall’affermazione di sé e da un mucchio di altre cose. E tutte queste pulsioni vengono messe in scena azzerando il pathos, e addirittura il dramma. Lo spettacolo, il circo, è inarrestabile, ma raramente lo abbiamo visto girare in maniera così naturale, senza lasciare niente su cui interrogarsi. The Wolf of Wall Street è cinema che nella maniera più artefatta riporta un pulsante pezzo di realtà, ed è quindi inevitabile confrontarlo con altri pezzi di cinema.

Le droghe classificate e ampiamente sperimentate, la distruzione per accumulazione, Belfort che non riesce a stare in piedi né muoversi per l’assunzione di sostanze davvero stupefacenti, ricordano tanto Hunter Thompson perso nella sbornia di etere di Paura e Delirio a Las Vegas. Ma se dagli eccessi del film di Gilliam affioravano l’amarezza della disillusione, e dalle pagine e la vita di Thompson una peculiare ricerca della giustizia e della morale, i lupi di Scorsese nel loro mondo ci stanno da dio. DiCaprio è una sequenza inarrestabile di espressioni spiritate e smorfie animalesche, un essere il cui istinto primario è imprimere una traccia quanto più possibile evidente sul mondo, e farlo lasciandolo peggio di come l’ha trovato. È un involucro, come il film in tutto, ma è anche l’incarnazione di un’utopia impossibile da contrastare, perché già profondamente compiuta dalla realtà.

Matthew McConaughey / Mark Hanna (in dieci minuti costruisce un personaggio e delle scene di grande fascino, poi non torna più) introduce Belfort alle regole della finanza, cioè alla sua assenza di regole e all’essenzialità della masturbazione, non solo figurata. E il mondo della finanza è dato solo come luogo dove tutto può essere reso possibile, non c’è alcuna intenzione di indagare i suoi trucchi e le strategie con cui usano muoversi i suoi adepti. Cosmopolis è l’altro film che indica i padroni della finanza – o i posseduti dalla finanza – come creature eccezionali, ma DeLillo e Cronenberg le rendono entità sì destinate alla dissoluzione, ma ultraterrene e alla ricerca del perfetto e asettico isolamento. Il capitalismo nichilista ed etereo è sostituito da The Wolf of Wall Street e dal testo autobiografico di Belfort da un’orgia sfrenata e pienamente consapevole.

Un’orgia è accumulazione: di corpi, di denaro, di dialoghi perfetti, di storie che si intrecciano e si avvitano, di naufragi, di mascelle e zanne in mostra, è ripetizione senza controllo in una sequenza di scene memorabili che finisce senza un punto

 

29 gennaio 2014