Ciao Amore, Vado a Combattere: Simone Manetti racconta le molte vite di Chantal Ughi

Ciao-amore-vado-a-combattere-list01

Da modella a campionessa di boxe thailandese. In un percorso di vita il più cinematografico dei racconti

 

Ciao-amore-vado-a-combattere-list01

Cosa: Ciao Amore, Vado a Combattere. Le parole del regista e recensione del film
Quando:
al cinema dal 20 aprile 2017
Regia:
Simone Manetti 
Interpreti: 
Chantal Ughi, Andrew Robert Thomson, Anissa Meksen

 

di Sergio Rotino

All’anteprima bolognese di Ciao amore, vado a combattere, nell’immensa sala del Nuovo cinema Nosadella, Chantal Ughi non c’era. Ma la sua presenza si sentiva ugualmente attraverso le immagini del documentario… 

Da modella a campionessa di boxe thailandese. In un percorso di vita il più cinematografico dei racconti

 

 

Ciao-amore-vado-a-combattere-slide01

 

IN BREVE Cosa: Ciao Amore, Vado a Combattere. Le parole del regista e recensione del film Quando: al cinema dal 20 aprile 2017  Regia: Simone Manetti Interpreti: Chantal Ughi, Andrew Robert Thomson, Anissa Meksen

 

di Sergio Rotino

 

 

All’anteprima bolognese di Ciao amore, vado a combattere, nell’immensa sala del Nuovo cinema Nosadella, Chantal Ughi non c’era. Ma la sua presenza si sentiva ugualmente attraverso le immagini del documentario girato da Simone Manetti sulla vita di questa donna campionessa di boxe thailandese. È lei infatti la protagonista incontrastata del primo lungometraggio di Manetti, già conosciuto come ottimo montatore per Paolo e Carlo Virzì, per Gagliardi e per De Angelis, fra gli altri.

Distribuito da I wonder nelle sale italiane in questi giorni, dopo l’apparizione e il successo ottenuto al Biografilm festival 2016, Ciao amore non è però un vero documentario sportivo, quanto una indagine sul mondo interiore, sul dolore che spinge a una continua fuga, a un continuo mettersi alla prova della protagonista.

Un dolore che risulta dominante rispetto alla pur pervasiva ambientazione sportiva ed esotica, e all’epica del ritorno sul ring di questa donna italiana dopo un anno di assenza, degli allenamenti, della veloce esposizione di cosa accade tra fighters durante gli incontri. Nella storia che Manetti regala al pubblico è subito chiaro quanto sia Chantal, la persona Chantal, a dettare le regole di ingaggio. Più della sua indiscussa bravura agonistica, è il suo sguardo intimamente spaurito, perennemente addolorato, senza mai una luce a dardeggiare nelle iridi che cattura fin da subito, e mette in posizione di domanda lo spettatore. E non lasciatevi confondere dal titolo, quasi da commedia americana di metà Novecento.

«È stato il primo titolo con cui io e Alfredo Covelli, produttore e corealizzatore, ci siamo raccontati il film» ci dice Manetti. «Ma è anche il motivo per cui Chantal va in Thailandia. Lo fa quando finisce una sua storia d’amore».

Quindi “Hello” e “Ciao” nel doppio titolo del documentario debbono essere intesi come addio e non come arrivederci.

«Esatto. C’è poi da tener conto che non abbiamo trovato altri titoli che funzionassero. Non per pigrizia, ma perché il titolo con cui ci siamo raccontati a vicenda la storia, per cercare di capire le varie diramazioni della vicenda, è diventato sempre più l’essenza di quello che stavamo cercando di dire».

Però la possibilità di fraintendimento resta.

«Diciamo che va in contrasto con una assenza che noi raccontiamo. Ma è quello che Chantal spesso ha fatto ripetutamente nella sua vita: lasciare dei luoghi, degli amori, dei sentimenti e degli affetti per andare da un’altra parte. E da un’altra parte combatteva. Come quando dal fare la modella in Giappone è passata a fare l’attrice in Italia per poi volare a New York ed entrare nel mondo underground della musica, prima di approdare nel mondo della Muay Thay. Sono sempre sfide che poneva a se stessa. Anche per questo abbiamo deciso di racchiudere il percorso quasi fibonacciano fra un addio e un combattimento».

La storia di Chantal è in questo senso pericolosa, perché rischia di mangiarsi il film. Manetti è stato bravo a non farsene fagocitare, durante i 74 minuti di Ciao amore, lasciando spazio ai demoni interiori di Chantal, al suo dolore profondo, tenendosi però alla distanza necessaria per raffreddare la materia senza spegnerla e renderla viva nel racconto. «L’approccio a tutto il documentario è stato mosso sempre da grande osservazione e bassa interazione» precisa il regista.

In molte sequenze predominano il silenzio e l’espressività/inespressività dei volti, la staticità dei corpi, mentre la fotografia di Simone Moglie li cattura, desaturando i colori fino a rendere minima la profondità di campo e così evitando che la storia esondi. Stessa cosa accade per quanto riguarda il suono. Quando Chantal dichiara da cosa probabilmente nasce questa sua incapacità di provare sentimenti affettivi, le sue dichiarazioni vengono catturate come fossero poco più di un sussurro: un mumbling che afferma tutta la sua difficoltà a tirar fuori i motivi della sua condizione emotiva.

Ciao-amore-vado-a-combattere-list01«Il documentario è un documentario biografico e narra la vicenda e la vita di una persona particolare, che di vite ne ha cambiate tante con l’intenzione sempre di trovare se stessa» ribadisce Manetti. «Io mi sono scontrato con la vita di Chantal, come accade spesso con le storie più belle. Ho avuto diversi contatti con lei, ci siamo scritti varie mail. A un certo punto mi ha inviato i diari che aveva scritto nei cinque anni vissuti in Thailandia. Da lì ho iniziato a intuire come dietro la pur bella storia di superficie della modella che diventa campionessa di un’arte di combattimento, ci fosse qualcosa di molto più profondo».

I diari sono quindi stati un accesso alla storia che poi si sviluppa nel film.

«Questo mi ha portato a capire che dietro i suoi mille cambi di vita si nascondeva una sofferenza legata a un passato doloroso. A un passato familiare doloroso. Che il suo modo di agire era legato al tentativo di sfuggire ai demoni del suo passato».

Da qui l’incapacità di esternare i propri sentimenti da parte di Chantal?

«Il problema di Chantal era quello di avere relazioni sentimentali. Come dice lei nel documentario, se non ti insegnano cos’è l’amore da piccoli, poi da grande non riesci a viverlo nella maniera giusta. Non a caso ha cercato la catarsi in questo tipo di sport. Pensa al “clinch”, a questa mossa della Muay Thay, che è una specie di abbraccio doloroso… Descrive un po’ il cosa è stato l’amore per Chantal».

Che reazione ha avuto Chantal nel rivedersi in questo specchio di se stessa che è Ciao amore, vado a combattere?

«Lo dice sempre lei: questo film è stato anche catartico. Spesso i demoni fanno più paura quando non si ha coraggio di nominarli. Nel film Chantal li ha tirati fuori con coraggio. Rivederli come se appartenessero a un’altra storia le ha dato la forza di iniziare un nuovo percorso, di affrontare i demoni che aveva tenuti nascosti in un armadio facendo finta che non esistessero.

Lei ha visto il film finito, non le elaborazioni intermedie. Questo perché eravamo coscienti di quanto potesse essere doloroso e fuorviante dover veder qualcosa che non era ancora affinato. Il rischio di incappare in delle morbosità o di approfittarsi del dolore di Chantal era sempre dietro l’angolo. Perché chiaramente quando c’è una sofferenza di questo genere è facile cadere in una sottolineatura non corretta. L’abbiamo invitata solo quando ci siamo convinti di avere fra le mani la cosa più sincera che potevamo fare, come film e per lei. È andata bene».

Le inquadrature finali, che raccontano il dopo vittoria a un anno di assenza dal ring in un fight bar anonimo, sono narrativamente molto cariche. Sembra quasi che tutti i demoni interiori di Chantal si diano appuntamento lì. Inoltre sembrano sottolineare quanto lei debba sbrigarsela da sola. È una chiusa che hai voluto tu?

«Il finale ce l’ha dato Chantal stessa, perché cosi sono andate le cose. Abbiamo voluto non cercare un finale da classica epopea, da classica da pellicola sullo sport perché in realtà questo è un documentario biografico. Quello che vedi è il punto in cui arriva Chantal. La differenza con quanto viene prima è che la vittoria in quel fight bar di periferia la fa vedere da sola, ma dà a lei il bagaglio necessario per combattere i suoi demoni e magari sconfiggerli o quanto meno prender loro le misure, sapere che ci sono, che esistono».

Usi il mondo della Muay Thay come pretesto narrativo per raccontare Chantal, ma è un mondo sempre presente. E lo spettatore vede una ragazza italiana che combatte da straniera in un paese straniero.

«Tieni conto che Chantal, dalla fine delle riprese a oggi, ha vinto due campionati mondiali di Muay Thay».

E i thailandesi come hanno reagito alle vittorie di una europea?

«Malissimo. Per loro è una specie di offesa».

In che rapporto era ed è con la società thailandese e con il mondo della Muay Thay. È stata “assorbita” o resta sempre una straniera?

«Chantal si è andata a ficcare nella situazione peggiore. È andata in un paese lontano e si è scelta uno sport che, quando ha iniziato, era molto misogino rispetto alla partecipazione femminile. Se vedi, nel film lei passa sotto l’ultima corda per accedere al ring. Ecco le donne devono passare salire così sul ring perché rappresentano il male. Quindi devono strisciare per terra come un serpente. In alcuni stadi non possono addirittura toccare il ring, altrimenti diventa maledetto. E ci sono ancora altre credenze che rendevano e rendono già difficile a una donna thailandese far parte di questo sport, figurati a una straniera, a una europea. E poi, nei paesi del sudest asiatico, da straniero è difficilissimo integrarsi nel tessuto sociale in maniera piena. Questo, detto da uno che ci vivrebbe per buona parte dell’anno».

Ma le cose, almeno nello sport, stanno cambiando?

«Sì, adesso sì. C’è una accoglienza sempre maggiore verso gli atleti che vengono dall’estero. Quando ha iniziato lei, questo non esisteva. Anche se penso che la sua scelta dipendesse come per le altre da un suo desiderio di mettersi alla prova, dimostrare a se stessa di potercela fare».

22 aprile 2017
courtesy the David Bowie Archive (c) Victoria and Albert Museum, London.