Intervista a Riccardo Paradoz, il vincitore dello GNU Music Festival

Il cantautore ci racconta tra verità e ironia il suo paradozpensiero musicale

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IN BREVE  Chi: Riccardo Paradoz Cosa: intervista

Difficile distinguere tra l’uomo e il racconto quando si parla di Riccardo Paradoz, nome (d’arte) dietro cui si nasconde il fresco vincitore della prima edizione dello GNU Music Festival. Il contest musicale per band emergenti di Bologna, organizzato congiuntamente da 7 locali del centro storico (Macondo, Altotasso, Barazzo Live, Celtic Druid, Black Cat, Caffetteria Maurizio e con la partecipazione dell’Associazione Culturale Farm presso il Bar Senza Nome) si è concluso il 30 maggio con la finalissima al Parco della Montagnola con l’agguerrito confronto tra 6 band, che ha visto trionfare l’istrionico cantautore Riccardo Paradoz. Lo incontro per intervistarlo in un luogo che scoprirò essere a lui congeniale, il bar, e dove cerco di scoprire di più sulla sua musica e sul suo paradozpensiero.

Com’è cambiata la vita di Riccardo Paradoz dopo la vittoria allo GNU Music Festival?

Radicalmente cambiata. Ho comprato le casse nuove del computer quindi la mia vita acustica è decisamente migliorata. E poi ora la gente mi riconosce e quando chiedo le sigarette per strada me le dà pure. Pensa che la fama mi ha anche salvato da un linciaggio… un giorno ho quasi “investito” una ragazza in bicicletta, e in breve mi sono ritrovato minacciosamente circondato dal suo ragazzo e dai suoi amici! Ma dopo un po’, invece che picchiarmi, hanno cominciato a ridere e si sono messi a cantare in coro “Bologna, io non ti amo, né ti odio, ma però…” (la canzone con cui Riccardo ha vinto lo GNU, ndr). Se non avessi vinto il festival, insomma, sarei qui con un occhio nero.

Il 30 maggio in Montagnola hai vinto il premio della giuria popolare… cosa c’è di “pop” in Riccardo Paradoz? Cosa piace a tutti?

Penso che la gente si ritrovi nei miei testi, le atmosfere sono familiari. Prendi “Bologna, io non ti amo…” ad esempio. Chiunque abbia vissuto a Bologna si è visto inculare la bici almeno una volta, o conosce la sensazione di passare in via del Guasto e… vabbè, ci siamo capiti.

E cosa invece non è pop?

Non suono nessuno strumento. Sul palco ci sono io, con tutta la mia personalità un po’ ingombrante. E poi gioco col pubblico… un po’ lo prendo per il culo, un po’ prende lui per il culo me. Insomma, se non stai al gioco potrebbe non piacerti.

Riccardo Paradoz è un nome d’arte?

Sì, il mio vero cognome non posso dirlo perché i miei parenti non vogliono. Paradoz nasce da un’opera di Dylan Thomas, “Poesia 39”, che a un certo punto dice “Mi ci vogliono dieci paradossi per ricomporre in me una verità”. Una frase bellissima, che mi ha ispirato molto e in cui mi riconosco. E così, mentre guardavo la traduzione in inglese, mi sono imbattuto nella parola “paradox”. Però non mi piaceva la “x”, così l’ho sostituita con la Z di Zorro. Ed è subito diventata una zorropoesia che lascia il segno. Perfetta…

Come ti sei avvicinato alla musica?

Ho cominciato scrivendo poesie e facendo reading. Però era un ambiente che trattava temi spesso tristi e stimolava per lo più sbadigli. Mi sono messo a scrivere canzoni perché lì potevo essere più discorsivo, che è quello che mi piace, e in più la canzone rimane in testa di più: c’è il ritornello per questo. Ora scrivo canzoni, penso alla musica, comincio a fischiettarla o a tamburellarla, la costruisco, poi qualche amico musicista me la “ornamenta” un po’ con gli strumenti.
In quanto a influenze musicali nasco in una famiglia in cui si ascoltavano Mina, Battisti e affini, come in tante altre famiglie italiane. Poi quando cresci scopri che esiste Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols e diventi ribelle, almeno finché l’incazzo non viene assorbito dalla musica caraibica. E lì, piano piano, sono tornato ai cantautori italiani. I miei maestri assoluti sono cinque: Franco Califano, Rino Gaetano, Jannacci, Gaber e gli Skiantos.

Ci parli della tua discografia?

Non esiste, ehm. E’ tutto su youtube. Per il momento ho due brani registrati in studio, “Bologna, io non ti amo…” e “vita da single”, e ho in progetto di incidere un album, chessò, un otto tracce. Il disco arriverà, ma con calma.

Quali sono i tuoi canali preferiti per diffondere la musica?

YouTube e la strada. E il bar, ovviamente. Io vivo molto la dimensione del bar. Anzi, sono contento perché lo GNU Festival, organizzato da 7 bar di Bologna, è stato vinto da quello che ultimamente è stato più tempo nei bar. Un bel riconoscimento. No, scherzo (ride, ndr)

I tuoi progetti per il futuro?

Ti do un grande scoop: sta per arrivare il videoclip di “Bologna, io non ti amo, né ti odio, ma però”, e non mancheranno tante persone… ehm, che ci sono a Bologna. Dovrebbe uscire i primi di luglio, quindi manca pochissimo.

Ora due domande secche a risposta chiusa… La cover che vorresti incidere?

“La luna è una lampadina” di Jannacci, una canzone con testi di Dario Fo. Mi piace che ci sia una parte di recitato, perché dà un senso di racconto.

Spero potremo sentirla presto! E il duetto che ti piacerebbe fare?

E’ un trio: Jannacci, Califano, Paradoz. E tra i tre per fortuna c’è un medico.

Bologna, io non ti amo, né ti odio, ma però… perché hai scritto questa canzone? Cosa racconta, a chi pensavi?

E’ una canzone sospesa. Inizia da un bisogno quasi psicanalitico di fare un errore di grammatica, quel “ma però” che le maestre dell’asilo non mi lasciavano dire. E poi ci ho messo dentro il mio – ma non solo mio – sentimento sospeso verso la città di Bologna. Ho descritto scene in cui chi ha vissuto qui si ritrova. Ma senza dare un’opinione secca, volevo tenere il giudizio sospeso. Perché la vita non è bianco o nero, c’è anche un margine di ma però. E in quei tre puntini di sospensione alla fine del titolo ho voluto lasciare al pubblico la possibilità di metterci il sentimento che vuole.

Bologna è un buon posto per fare musica?

Sì, lo è. Ma però… Si potrebbe fare di più. Ci si innamora un po’ troppo dell’estero, e si invitano molte band da fuori – che va bene, per carità – ma si promuove pochino il locale. Io invece penso che i cantautori dovrebbero essere profeti in patria, perché le città sono punti di riferimento nella canzone italiana. Cosa sarebbero Guccini e Dalla senza Bologna, De André senza Genova, Jannacci senza Milano? E viceversa, ovviamente.

Cosa fa / può fare un festival “dal basso” come lo GNU per aiutare la musica locale?

Lo GNU è stato un piccolo miracolo. Mettere insieme le teste e le energie di tanti bar che hanno sempre lasciato spazio per suonare, con una serie di concerti pensata proprio per promuovere la musica locale o emergente. E’ stata una cosa geniale e soprattutto autentica: non è stato un festival preconfezionato come altri, era ricco di generi, stili, voci e strumenti diversi. E’stato bello poter dire “vado a vedere un festival stasera, e non so che cazzo mi aspetta”.

Paradoz, dove ti possiamo trovare la prossima volta? Dacci un appuntamento…

Chi mi conosce mi trova in via del Pratello, nei bar, nei discount e “dai pakistani”. Per tutti gli altri ovviamente seguite la mia pagina facebook Riccardo paradoz pagina oficial e YouTube, dove tra pochi giorni potrete vedere l’incredibile video di “Bologna, io non ti amo, né ti odio…”.

Ma però…

Ma però.

8 giugno 2015