Teatri di Vita, cosa abbiamo visto nel 2016 e cosa vedremo nel 2017

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Il bilancio dell’anno trascorso e le novità della nuova stagione del teatro bolognese in un’intervista a Stefano Casi, direttore artistico

 

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Cosa: intervista a Stefano Casi, direttore artistico di Teatri di Vita
Dove: Teatri di Vita, via Emilia Ponente, 485 e Parco dei Pini

di Cristian Tracà

 

Caro Stefano, dicembre è inevitabilmente mese di bilanci. Come chiude Teatri di Vita il 2016? Il bilancio di Teatri di Vita per il 2016 è positivo, naturalmente al netto delle difficoltà direi “endemiche” del settore. Dal punto di vista progettuale e artistico è stato…

Il bilancio dell’anno trascorso e le novità della nuova stagione del teatro bolognese in un’intervista a Stefano Casi, direttore artistico

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IN BREVE  Cosa: intervista a Stefano Casi, direttore artistico di Teatri di Vita Dove: Teatri di Vita, via Emilia Ponente, 485 e Parco dei Pini Nella foto: lo spettacolo MDSLX Info: sito di Teatri di Vita

 

di Cristian Tracà

 

Caro Stefano, dicembre è inevitabilmente mese di bilanci. Come chiude Teatri di Vita il 2016?

Il bilancio di Teatri di Vita per il 2016 è positivo, naturalmente al netto delle difficoltà direi “endemiche” del settore. Dal punto di vista progettuale e artistico è stato un anno ricchissimo. Abbiamo aperto con un evento legato a Arte Fiera, allargando la mappa della grande manifestazione dell’arte contemporanea fino a Borgo Panigale; e stiamo concludendo con un grande progetto dedicato a Pier Vittorio Tondelli, che ci ha impegnato per tutto l’autunno. Nel mezzo, almeno altre due punte d’eccellenza, e cioè il grande progetto diffuso nella città “Bologna 900 e duemila” di Andrea Adriatico, che ha coinvolto tre scrittrici (Milena Magnani, Grazia Verasani e Simona Vinci) per raccontare Bologna nei 900 anni della sua istituzione comunale, e il festival estivo “Cuore di Persia” dedicato alle tendenze della cultura e dello spettacolo contemporaneo in Iran, che è stato davvero seminale, perché è stato ripreso da altri teatri, perfino nel titolo oltreché nei contenuti.

Avete dato spazio ancora una volta a dei temi molto forti in questi primi mesi della stagione. Quale pensi che sia stato lo spettacolo più d’impatto finora?

Probabilmente “MDLSX” dei Motus, che ha affrontato in maniera netta e, appunto, “d’impatto” il tema dell’identità di genere, e che – anche dal punto di vista progettuale – ha visto l’intersezione di più soggetti: noi, Gender Bender e il progetto speciale del Comune di Bologna Hello Stranger. Ma penso anche alla nostra nuova produzione firmata da Andrea Adriatico per il festival VIE, “A porte chiuse”, che ha creato un corto circuito straniante e “d’impatto”, portando dentro l’inferno di Sartre la vicenda di Giulio Regeni attraverso le parole della madre.

Quali saranno invece le linee guida per il prossimo anno e per la prossima stagione?

Esaurita la dedica a Tondelli di questo autunno, lasceremo più “libera” la prima metà dell’anno, che affideremo a un flusso di emozioni e – ancora una volta – temi “forti” oppure in stretto legame con la città. Tema del festival estivo, invece, deciso attraverso un “referendum” fra i nostri abbonati, sarà l’Argentina.

Una battuta al volo sulle polemiche di questi giorni che vedono ancora una volta contrapposte due idee di teatro, una mainstream e una di nicchia, con le conseguenti valutazioni sulla sostenibilità economica. Come leggi questo ennesimo scontro tra intrattenimento e sperimentalismo?

Il teatro sostenuto da risorse pubbliche deve potersi sentire sganciato da valutazioni puramente economiche (ovviamente senza per questo ignorarle): il contributo pubblico serve proprio per permettere alla nostra produzione culturale di avanzare senza dover per forza fare cassetta. Già 70 anni fa Grassi e Strehler avevano sancito che il teatro è un servizio pubblico “come i vigili del fuoco”. Ogni teatro valuta poi questo criterio come crede e come può. L’intrattenimento è cosa sana e giusta, così come la sperimentazione: non vedo contrapposizioni in un sistema articolato e complesso come quello di Bologna dove esistono teatri con sostegno pubblico che devono misurarsi con le sfide della ricerca culturale e progettuale (come l’Arena del Sole o Teatri di Vita) e teatri che invece devono misurarsi con le sfide del mercato, tenendo peraltro conto del fatto che proprio questo mercato è diventato sempre più raffinato proprio grazie al fatto che esistono altri teatri che contribuiscono a una crescita culturale sempre maggiore. Non c’è concorrenza, anzi ci vedrei quasi una “sinergia” alla lontana. Insomma, inutile puntare il dito su un solo teatro e fare una guerra interna: mi piacerebbe potessimo ragionare su Bologna come organismo unitario che consente la compresenza di esperienze diverse e complementari.

In questi mesi avete dedicato molto spazio ad una monografia su Tondelli, che è da sempre uno degli autori più rappresentativi del vostro modo di guardare altrove. Ci spieghi in pochissime battute come nasce e cosa significa per voi l’opera di Tondelli?

Tondelli è non solo testimone di un’epoca, gli anni 80, ma è soprattutto il maggior interprete di una “emilianità” che è la cerniera tra il forte radicamento in questo territorio e al tempo stesso una forte vocazione all’altrove: che è poi quello che Teatri di Vita cerca di interpretare a modo suo. Non solo, Tondelli si è impegnato per sostenere i giovani artisti: e per questo gli abbiamo intitolato una delle due sale, tenendo presente la nostra vocazione in questo senso, che si concretizza da sempre nel lavoro sulle residenze artistiche. E infine, Tondelli è un narratore straordinario, come Adriatico ha saputo mettere in luce nello spettacolo “Biglietti da camere separate”, che dopo una lunga tournée nazionale conclude questa settimana le sue repliche a Bologna.

Negli anni avete avuto un cambiamento all’interno del vostro pubblico o sostanzialmente c’è un target specifico che mantenete?

Più che un target, direi che c’è una vera e propria comunità di affezionati, che ritroviamo (e che si accresce) con gli “abbonamenti blind”. Per ogni stagione mettiamo in vendita abbonamenti già prima di dichiarare gli spettacoli, e ci sono decine di spettatori che li acquistano sulla fiducia. Anche in questi giorni, fino al 5 gennaio, è possibile acquistarli a prezzo ridottissimo. Ecco, questa è la caratteristica più piacevole del nostro pubblico. Per il resto, direi che siamo molto trasversali, e anche questa è una bella caratteristica, anche se indubbiamente non avere un target preciso è sempre molto faticoso.

Si parla sempre più di aprire i teatri al mondo e di portarli altrove. Pensi che si siano fatti degli sforzi significativi per parlare ad un pubblico più ampio possibile?

Credo che ormai si sia esplorato di tutto di più per allargare il pubblico. Anzi, credo che il famigerato “audience development” sia diventata un’ossessione eccessiva. Pur cercando ovviamente di lavorare su questo terreno, io sono un po’ della vecchia scuola: il teatro è sì, dal mio punto di vista, una delle cose “indispensabili” per l’uomo; dopodiché, non ci deve essere un “teatro dell’obbligo”, come diceva scherzosamente Karl Valentin. Non dobbiamo trascinare la gente a teatro, e per certi versi ha anche poco senso credere che fare spettacoli in piazza (cosa giustissima, sia chiaro) serva poi a portare quel pubblico a teatro. L’allargamento del pubblico sta diventando un’ossessione prima istituzionale piuttosto che culturale. Mi piace l’idea che il teatro sia un fatto collettivo ma una scelta e una responsabilità individuale, altrimenti è solo marketing.

Come vedi l’offerta culturale complessiva a livello teatrale a Bologna? Quale contributo dà, a tuo parere, Teatri di Vita alla proposta finale nei confronti del pubblico?

So che è facile lamentarsi, ma sarò controcorrente: l’offerta teatrale complessiva è ricca, anche se emerge poco, e questo mi sembra uno dei punti caratteristici di Bologna. Altre città hanno offerte più limitate, ma sanno comunicarle meglio. Credo (spero) che Teatri di Vita rappresenti uno degli snodi più importanti, per la sua capacità di intervenire in un settore della domanda teatrale che unisce la curiosità per i linguaggi contemporanei con la necessità di confrontarsi con temi importanti, e sempre in modo non banale. Mi piace pensare che lo spettatore di Teatri di Vita esca sempre – anche se lo spettacolo non l’ha soddisfatto appieno – almeno con un pensiero, con delle domande. Credo che sia questo che i nostri spettatori cerchino: una continua sfida al loro pensiero, unita alla piacevolezza dello spettacolo. Abbiamo lanciato anni fa lo slogan “il teatro che vede dove altri non guardano”, che credo dia un po’ il senso di quello che abbiamo intenzione di perseguire. Il che, magari, non riesce sempre, ma è una bella sfida che ci piace condividere con i nostri spettatori, affezionati o saltuari.

Non sarebbe più utile per tutti creare una rete con un meccanismo più semplice di abbonamento integrato tra le varie realtà?

Assolutamente sì! Questo è un nostro “pallino”, che ci vede propositori in prima linea almeno da 15 anni: ormai funzionari del Comune e assessori sanno che annualmente ritorniamo alla carica con questa proposta, che per realizzarsi deve necessariamente avere come fulcro l’istituzione comunale. Avevamo tentato con micro-abbonamenti trasversali legati a progetti, ma sono sempre naufragati per le complessità burocratiche e la tiepidezza di altri, ma soprattutto perché occorre che su questo sia il Comune a farsi motore e garante. Ma ancora non siamo riusciti a capire la difficoltà che ne impedisce la sperimentazione, anche tenendo presente che altrove esperienze di questo tipo esistono.

28 dicembre 2016