Valvoline, il collettivo del fumetto in mostra

Disegni dagli anni 80, quando Bologna sognava di cambiare il mondo con la cultura 

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IN BREVE  Chi: gruppo Valvoline motorcomics  Cosa: mostra “Valvoline Story”  Quando: dal 2 al 30 marzo 2014  Dove: Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, in via delle Donzelle 2, Bologna  Costo: ingresso gratuito

Per certi versi, per alcune “materie” artistiche, gli anni Ottanta a Bologna sono stati mitici. Musica e fumetto, sugli altri, sono stati campi in cui il capoluogo felsineo ha detto parole rimaste negli annali. Il fumetto, nello specifico, ha regalato dal gennaio 1983 qualcosa di epocale. È in quella data che su Alter, la sorella di Linus dedicata ai “lettori adulti” di quest’arte, iniziano a comparire le storie di Valvoline motorcomics, il gruppo bolognese formato da Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Igort, Marcello Jori, Jerry Kramsky, Lorenzo Mattotti, in cui vennero poi cooptati l’americano Charles Burns e Massimo Mattioli.

Senza voler fare dietrologia, quello è stato un momento fondante nel pensare il fumetto, nel viverlo come ponte con le altre arti, nel farlo interagire con esse. A questo gruppo è dedicata la grande mostra Valvoline story, che inaugura domani 1 marzo a Valvoline-Story interno01Bologna alle ore 18, per poi rimanere aperta al pubblico gratuitamente dal 2 al 30 marzo negli spazi della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, in via delle Donzelle 2, dalle 10 alle 19.

Curata dalla casa editrice Coconino Press-Fandango, con il patrocinio di BolognaFiere e della Fiera del Libro per Ragazzi, e su iniziativa della Fondazione la mostra sottolinea, con le sue circa 180 opere e tavole originali di tutti gli autori, con circa 60 stampe, vari inediti tra disegni, dipinti e bozzetti, più foto, cartoline, riviste e memorabilia, video, lavori per il design, la pubblicità e la moda sparsi per tre sale, proprio come per il gruppo dei valvolinici il fumetto andasse oltre il fumetto.

«È una mostra di narrazioni, che vanno oltre i loro confini» afferma Maura Pozzati della Fondazione «proprio questo la fa di una modernità incredibile. Le tavole esposte sembrano create ieri». È proprio questa costante, inaspettata, modernità a dare valore aggiunto a Valvoline story, che non celebra unicamente «il trentunennale del gruppo Valvoline, che sta benissimo con lo spirito dada del gruppo» come afferma Igort, ma fa conoscere a chi quel periodo non lo ha conosciuto «il valore di un lavoro collettivo». «Per questo insisto a dire» aggiunge Pozzati, «che non si è voluta una mostra nostalgica, ma di stimolo. Vogliamo far vedere quello che Bologna è: la città del fumetto. Una città che deve molto a questa forma d’arte e viceversa».
«Se si pensa che il gruppo è stato coeso per circa tre anni» dice Brolli, «in quel lasso di tempo ha prodotto tantissimo». La mostra ne è testimonianza diretta, tanto che lo stesso Igort afferma: «per noi stessi è sorprendente per la quantità di materiali che abbiamo prodotto in quel periodo».

La mostra testimonia anche altro, ovvero quanto «la Bologna di allora fosse una città capace di differenziarsi dalle altre città, capace di essere volano sul piano culturale e politico» per dirla con Brolli. Resta il fatto che, sul piano artistico, Valvoline story è una miniera di segni, colori, intuizioni come non se ne vedevano prima e come non se ne son visti tanti dopo nel campo del fumetto. Carpinteri adombra attraverso una sola frase il motivo di una stagione così felice. Per lui prima e dopo «si è respirata aria di restaurazione nel fumetto». Invece «credo che questo sia avvenuto perché venivamo fuori da province che avevano fame di altre cose» afferma Brolli. «Ecco, Bologna voleva essere internazionale partendo da una provincia che pensava si potesse cambiare il mondo con la cultura». Concetto rafforzato da Mattotti, secondo il quale «noi di Valvoline volevamo far cultura e per farla abbiamo usato il mezzo più sottoculturale. Il fumetto era l’incrocio magico di tutti i nostri amori: cinema, musica, arte ecc. Noi eravamo oltre, eravamo provinciali e lavoravamo con la sottocultura, non avevamo codici accademici».

28 febbraio 2014