Una mostra, un libro e un film raccontano Magnus

Tre occasioni speciali per scoprire un grande autore del fumetto italiano

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IN BREVE  Chi: Roberto Raviola, alias Magnus  Cosa: mostra “Magnus e l’altrove – Favole, oriente, leggende”  Dove: Palazzo fondazione del Monte, via delle Donzelle 2 – Bologna  Ingresso: gratuito  Quando: fino al 6 gennaio 2016

Della mostra Incubi alla Bolognese. Leggende urbane di Bonvi, che dal 15 dicembre 2015 al 31 gennaio 2016 in piazza coperta di Sala Borsa, piazza Nettuno 3, racconta una parte dell’universo creativo di Bonvi, ne parleremo presto, prestissimo. Qui vogliamo invece raccontare di un’altra esposizione, dedicata a un altro grande autore del fumetto italiano, che sarà aperta fino al 6 gennaio 2016. Fino a quella data infatti in via delle Donzelle 2, nelle sale di proprietà della Fondazione del Monte, resterà attivo il percorso autoriale Magnus e l’altrove – Favole, oriente, leggende.

Come si può intuire dal titolo, l’esposizione si snoda lungo tre ambienti, ognuno dei quali focalizzato su un particolare aspetto del lavoro che Roberto Raviola, alias Magnus (o forse meglio sarebbe dire il contrario), ha prodotto durante la sua carriera artistica. Ma non solo, visto che in contemporanea con la mostra, sono stati pubblicati un libro e un documentario attorno a questo maestro della nona arte.

LA MOSTRA: Magnus e l’altrove

Progetto sposato in toto da Fondazione del Monte e inaugurato durante l’ultima edizione di BilBOlBUl, Magnus e l’altrove è, per dirla con Maura Pozzati, “un focus su questo artista” a un passo dal 2016, anno in cui cade il ventennale della scomparsa. La mostra, curata da Luca Baldazzi e Michele Masini, propone in 140 fra tavole, illustrazioni a colori, copertine e bozzetti uno dei percorsi possibili all’interno dell’opera dell’autore bolognese. Ed è un percorso inusitato perché che non pesca dai fumetti “neri” tipo Kriminal, né dal comico-grottesco di Alan Ford o di MaxMagnus, né dai porno-a-loro-volta-grotteschi tipo Necron, tantomeno dalla “commedia” de La Compagnia della forca. Alle pareti non espone Lo sconosciuto; e appare pochissimo persino il Tex bonelliano, ultima grande fatica di Raviola. Nelle tre sale espositive, i visitatori si troveranno davanti a opere poco o pochissimo conosciute di grande rilevanza sul piano stilistico e qualitativo. Questo parlando “di un autore che nella sua carriera ha prodotto all’incirca 40mila tavole” dice Masini.

Detto altrimenti, i curatori hanno operato una scelta sensibile all’interno del corpus dell’opera di Magnus. Fatto questo sono saltati immediatamente agli occhi i motivi che legavano fra loro le opere selezionate. Il metaforico filo rosso che permette di postulare un “altrove” magnusiano centrato sull’avventura, è stato quindi sintetizzato nei tre temi proposti dal titolo. Ad ognuno è stata dedicata una sala. “Chiaramente” precisa Masini, “abbiamo creato un abito su misura non solo per l’artista, ma anche per la Fondazione, ovvero lavorando all’allestimento sui locali disponibili”.

La prima sala è dedicata alle Favole, cui fa seguito la fascinazione per l’Oriente e infine la chiusura con le Leggende (orientali, certamente, ma anche pescate nelle zone dell’appennino emiliano). Sono questi i temi attorno a cui ruota la mostra e che Magnus ha declinato mescolando influenze derivate dalla fantascienza come dal gotico. La direzione narrativa e segnica è sempre verso un “altrove” fantastico, sia che si tratti delle prove giovanili di questo autore dedito al lavoro di illustrazione per ragazzi, sia che l’accento si sposti sulla produzione di fumetti in cui l’avventura è dedicata a un pubblico più adulto e acculturato. Proprio le tavole illustrate per Malipiero nel 1963, a 24 anni, appena un anno prima dell’avventura milanese con Editoriale Corno, ne sono un esempio. Perché dentro l’uso vivacissimo del colore (quasi mai ripreso in seguito), testimoniano una passione appunto per la fantascienza e per il grottesco, per il gotico e le varie forme del perturbante, che non lo hanno mai abbandonato.

Ma tralasciando le prove giovanili, risulta evidente come, da un certo punto in poi, il fantastico nelle opere di Magnus abbia incontrato l’Oriente. “Era un grande appassionato e conoscitore di culture, filosofie, religioni orientali” afferma Baldazzi. “Le avvicinava con un approccio da autodidatta, ma un autodidatta curiosissimo, e colto”. A tal proposito, resta impressa una sua frase: “L’oriente è un giardino meraviglioso, carico di fiori e di frutti, dove io vado a rubare a caso”. In realtà questo depredare non è mai veramente casuale. Molte delle sue storie traggono profonda ispirazione da alcuni romanzi della letteratura cinese medievale e da lì muovono. “In alcuni casi li ha proprio adattati” sottolinea sempre Baldazzi, “chiaramente contaminandoli con altro”. Il che vuol dire “con le più varie forme del fantastico e dell’avventura”: horror, fantascienza, western e, nuovamente, fiabe e leggende popolari. Basta guardare le tavole della seconda sala, quelle tratte dalla saga de I briganti, nate dall’adattamento di un romanzo popolare cinese del XIV secolo trasposto in ambiente fantascientifico; o le altre, provenienti da Le 110 pillole, storia erotica nata anch’essa da un romanzo cinese, Il fiore di prugne in un vaso d’oro.

Stilisticamente parlando, la mostra mette in luce un senso di circolarità. Nella terza sala infatti si nota un ritorno evoluto al tratto ammirato nelle cinquanta illustrazioni esposte, prese dai volumi Malipiero. Sia chiaro, le tavole che Magnus produce negli ultimi anni di attività vanno in tutt’altra direzione rispetto ai lavori giovanili, al netto del non uso del colore. Offrono vignette in bianco e nero, da cui è stato cancellato quasi ogni riferimento al grottesco. E le potenti campiture di china che lo hanno reso celebre, lasciano il posto a un lavoro di miniatura, all’inserimento di una infinità di particolari, inseriti con un tratteggio che i curatori della mostra definiscono vicino a quello di Dorè.

Secondo Baldazzi c’è “la volontà di creare un mondo in ogni vignetta; un mondo in cui il lettore si può letteralmente immergere” senza perdersi. In Magnus infatti vi è sempre “un grande rispetto per il lettore” e questa, forse, “è una delle cifre importanti da cui leggere il suo lavoro”. Ma non solo. “Il primo Magnus è quello che lavorava velocissimo per i fumetti neri e grotteschi. Albi che dovevano essere prodotti rapidamente e per cui disegnava centinaia di tavole al mese” fa notare Baldazzi. “Quando si consuma il divorzio da Secchi, rallenta vistosamente. Si prende cioè il tempo per pensare e creare”. È probabile che questo avvenga per reazione ai ritmi forsennati imposti dall’industria del fumetto popolare di allora.

Detto questo, negli ultimi lavori più di qualcosa pare rimandare alle prime esperienze in campo professionale di Magnus. Per esempio, i volti e le posture dei personaggi sono reinterpretati con un tratto molto vicino a quello giovanile, naturalmente in modo più accorto, maturo. Lo si nota in special modo ne Le damigelle dell’arcobaleno, e in Nascita di un drago, le due storie brevi (sei tavole l’una) tratte dal Lunario 1995 esposte integralmente. Una vicinanza che porta a ipotizzare una evoluzione magnusiana nel segno della continuità non solo dell’immaginario ma, appunto, del tratto, dello stile. “Lui è sempre riconoscibile” si limita a commentare Baldazzi. “I volti di Magnus sono i volti solo di Magnus”.

Uscendo dalla mostra, al visitatore risulterà chiaro che Magnus è stato e resta un grandissimo narratore e disegnatore. Uno dei pochi autori capaci di mettere pienamente in relazione il suo lavoro con il lettore, di renderlo leggibile a più livelli, senza mai venir meno alla sua volontà. Come solo i veri artisti sanno fare.

La mostra è a ingresso gratuito. Rimarrà aperta fino al 6 gennaio, tutti i giorni dalle 10 alle 19. Chiusa venerdì 25 dicembre, venerdì 1 gennaio. Giovedì 31 dicembre sarà aperta dalle 10 alle 13.

IL LIBRO: Magnus prima di Magnus

Se invece cercate il catalogo della mostra, non lo troverete. Al suo posto ecco Magnus prima di Magnus (pp. 163, € 18), volume autonomo e parallelo a quanto visibile nelle tre sale dell’esposizione. Pubblicato da Alessandro Editore, non contiene le tavole esposte, eccezion fatta per le illustrazioni della Malipiero. Al loro posto, schizzi, disegni preparatori, illustrazioni inedite, foto, un bellissimo, incompiuto Canto di Natale datato 1961 che mostra la capacità del Raviola non ancora Magnus nel costruire tavole ricche di dettagli. Insomma un libro che scavalca la mostra, la amplia, ponendo lo sguardo sull'”infanzia” dell’autore e del suo tratto. Racconta cioè “gli anni dell’apprendistato di un maestro del fumetto”, come recita il sottotitolo. In questo modo offre al lettore non un “ricordo portatile” di quanto ha visto, ma un ulteriore strumento per meglio capire “questo incubatore di sogni e realtà che era il suo segno”, come dice Maura Pozzati, un viaggio nella scoperta del prima che produce il dopo. Oltre a tanto materiale grafico e visivo, il libro si avvale anche del supporto saggistico di Antonio Faeti (suo il bel testo di apertura); di Luca Baldazzi, che insieme a Fabio Gadducci ricostruisce puntigliosamente vita ed esperienza di Magnus fino alla soglia del diventare fumettista; di Michele Masini, che ne “La nascita di uno stile: il periodo Malipiero” mostra e motiva i punti di contatto con quello che sarà lo stile inconfondibile del Raviola poi trasformatosi in Magnus. Un libro molto più utile allora del semplice catalogo della mostra perché ne allarga e completa le informazioni, puntando espressamente a far comprendere le radici di una eccellenza nel campo del segno grafico e narrativo.

IL FILM: Ho conosciuto Magnus

C’è praticamente un unico fumetto di Magnus che viene citato in maniera quasi ossessiva nel film di diretto e scritto da Paolo “Fiore” Angelini dedicato a questo autore. In Ho conosciuto Magnus, prodotto da ABC Arte Bologna Cultura e realizzato grazie al sostegno di Fondazione del Monte, Unicredit e Hera, in effetti si cita unicamente Unknow-Lo sconosciuto. Tutto il film, ruota costantemente attorno a questo fumetto, pubblicato in sei episodi fra il 1975 e il 1976. La motivazione però risulta chiara velocemente. Cercare di comprendere chi era Magnus non è facile, dire di averlo conosciuto nell’intimo forse ancora più difficoltoso. Parlare del personaggio di Unknow diventa parlare dell’artista, del suo essere diverso a seconda di chi lo ha incontrato, di chi ci ha lavorato e di chi ci ha vissuto insieme. Le voci degli intervistati si sommano e si accalcano nel film di Angelini, entrano ed escono con i loro ricordi e con le loro supposizioni. Tutte attendibili, tutte concordi eppure non allineate fra di loro. La moglie Margherita, il disegnatore Giovanni Romanini, lo sceneggiatore Claudio Nizzi, i critici Luca Baldazzi, Andrea Plazzi, Giulio Cesare Cuccolini, gli amici Sara Spisni, Sergio Tisselli, Maurizio Rovinetti, Renato Spolaore, Fabio Testoni ecc. danno una visione sfaccettata di Magnus, eppure mai completa. La sensazione è di assistere a una ricerca di verità dove l’oggetto della stessa si fa ubiquo.

Angelini è infatti convinto che l’autore sia andato sempre più a immergersi nella sua opera, allontanandosi dalla vita reale. Questo cercare un equilibrio fra fantastico e concreto, è rappresentato nel film dall’espediente di “far parlare” l’artista attraverso le tavole dei suoi fumetti e di alternarne la voce ai frammenti di intervista. Idea suggestiva. Nel film però resta molto colore storico, anche molta aneddotica vicina alle tre tappe fondamentali della carriera magnusiana attraverso cui è scandito il tempo del film. Si passa così dalla giovinezza dell’artista e da Alan Ford all’ideazione de Lo sconosciuto e al rapporto interlocutorio con quest’opera per approdare infine alla creazione del Tex de La valle del terrore nell’ultima parte della sua vita, trascorsa a Castel del Rio lontano dalla moglie e alle prese con un nuovo affetto qui presentato in modo molto fantasmatico. Al di là di tutto, è encomiabile lo sforzo di Angelini nel mettere “insieme un linguaggio possibile per raccontare” l’artista Magnus, ma anche l’uomo Roberto Raviola. Sarebbe perciò sacrosanto programmare molte altre volte questo non documentario, non film di finzione, non biopic, non fumetto per far conoscere al pubblico di oggi proprio questo uomo e artista superlativo.

21 dicembre 2015